Written by Federico Di Gesualdo e Sergio Capaccioli
Wednesday, 04 March 2009 09:32
Intervista di Federico Di Gesualdo, Biotecnologo dello Staff Scientifico di Phoenix Stem Cell Foundation for Human Life,
ad Andrea Mazzoleni, Vice Presidente e Project Manager Beike Europe SA
Prologo di Sergio Capaccioli
La Beike Europe (www.beike.ch) è una Company svizzera che costituisce un canale diretto che dall'Europa permette di accedere al trattamento con cellule staminali in Cina e in Thailandia. L’analisi dello stato dell’arte delle reali applicazioni terapeutiche di cellule staminali esistenti nel mondo rientra fra gli interessi della fondazione Phoenix.
Qualche giorno fa è andata in onda una puntata del programma “Le iene” riguardante l’utilizzo di cellule staminali da cordone ombelicale in ambito terapeutico in alcuni ospedali cinesi e thailandesi. Il dibattito che è seguito alla puntata stessa ha suscitato l’interesse dello Staff Scientifico di Phoenix Stem Cell Foundation for Human Life che ha preso contatto con il Direttore di Beike, Gianni Demarin, e con il suo Vice Presidente e Project Manager, Andrea Mazzoleni.
Lettura critica dell'articolo Medical Journals Are an Extension of the Marketing Arm of Pharmaceutical Companies (PLoS 2005) Federico di Gesualdo - Dipartimento di Patologia e Oncologia Sperimentali dell'Università di Firenze
Nell’interessante pamphlet Medical Journals Are an Extension of the Marketing Arm of Pharmaceutical Companies, apparso on-line nel maggio del 2005 su PLoS Medicine (www.plosmedicine.org), Richard Smith, per venticinque anni collaboratore e per tredici direttore del British Medical Journal, si scaglia duramente contro la crescente strumentalizzazione – più o meno consapevole – cui sono soggette le riviste scientifiche da parte dell’industria farmaceutica.
Il punto cruciale della questione, secondo Smith, è rappresentato dalla relazione che intercorre tra conduzione dei trial clinici e pubblicazione dei risultati di questi su riviste specializzate. È noto che in gran parte i trial sono promossi da grandi aziende farmaceutiche, anche se vi sono altri enti, pubblici o privati, che possono sponsorizzarli, come le aziende ospedaliere, le università e le associazioni scientifiche. Ma, a differenza di queste ultime, le companies sono delle organizzazioni spiccatamente “profit”: come ogni attività imprenditoriale, grande o piccola che sia, il fine ultimo di un’azienda farmaceutica è il profitto e quindi la vendita del farmaco prodotto (e queste non sonotendenziose affermazioni… è l’economia che lo dice…!).
La pubblicazione di un trial clinico su una rivista scientifica – sostiene Smith – afferma ipso facto la validità scientifica dello studio e dei suoi risultati. Il giornale sarà distribuito e ristampato e finirà sulle scrivanie di medici di ogni parte del mondo. Parallelamente, l’azienda che ha sostenuto il trial, porterà avanti sofisticate strategie di marketing di cui, in effetti, anche la pubblicazione sulla stampa specializzata “rischia” di far parte. Tutto ciò, ovviamente, al fine di garantire la massima visibilità dell’azienda stessa.
Ma, paradossalmente, l’imponente battage “pubblicitario”non è privo di punti oscuri. Infatti, un medico che riceva il giornale potrebbe non leggere l’intero articolo in questione, ma limitarsi a dare un’occhiata al titolo: un titolo altisonante che evidenzi i risultati positivi della sperimentazione può dunque lasciare un’impressione favorevole sugli esiti del trial e, quindi, sull’azienda che lo ha sostenuto. Inoltre, maggiore è il prestigio di cui gode la rivista, maggiore è l’attenzione che l’azienda riceverà per il suo trial. L’importanza di un giornale determina dunque la qualità del farmaco.
Nel 2003, dal confronto delle pubblicazioni di trial clinici sostenuti con fondi di aziende farmaceutiche con quelle di studi sostenuti con altri fondi, è emerso che i trial supportati dalle aziende avevano una probabilità quattro volte superiore di presentare risultati favorevoli alle stesse rispetto ai trial che non erano sponsorizzati dall’ industria farmaceutica. Questo è dovuto in particolare al fatto che circa il 70% dei trial pubblicati sulle maggiori riviste americane – Annals of Internal Medicine, JAMA, Lancet, e New England Journal of Medicine – sono sostenuti economicamente dall’industria farmaceutica.
Negli ultimi anni i direttori delle riviste si sono resi conto del problema, e, in teoria il processo di peer-rewiewing, ovvero la valutazione critica di un lavoro proposto da parte di un comitato di specialisti (referees) che collaborano con la rivista stessa, dovrebbe ridurre il rischio di pubblicare articoli su trial che danno risultati dubbi. Il problema è che le aziende farmaceutiche hanno sviluppato delle sottili strategie – che in alcuni casi si rivelano veri e propri trucchi – per presentare i risultati migliori di uno studio.
Ad esempio, si può condurre un trial clinico multicentrico per poi scegliere i centri che hanno dato i risultati più favorevoli ai fini della pubblicazione. Oppure, tipicamente, si prefiggono endpoint multipli in un trial per selezionare quelli che danno risultati migliori. Ma esistono anche metodi più “truffaldini”, come quello di utilizzare dosi più basse di un farmaco di controllo per esaltare l’effetto del farmaco in via di sperimentazione, oppure di utilizzare un farmaco di controllo a dosi eccessive in modo da far sembrare quello d’interesse meno tossico…
Richard Smith – che è medico attivo in diversi campi e autore del libro The Trouble with Medical Journals (2006, ISBN 1-85315-673-6) – sostiene che per interrompere questo circolo vizioso, le riviste dovrebbero smettere di pubblicare trial clinici i cui protocollo e risultati dovrebbero essere visibili al pubblico su siti web controllati. E, soprattutto, sarebbero necessari più fondi pubblici per le sperimentazioni. Senza fondi, infatti, le riviste scientifiche possono effettivamente diventare degli strumenti al servizio di un potere, sovvenzionate dall’industria farmaceutica, svilendo così l’onestà intellettuale e il rigore scientifico che dovrebbero sottendere alla ricerca per il miglioramento della vita.
“Apoptosi: chi era costei, prof. Capaccioli?”… mi chiese scherzando quindici anni fa Paolo De Anna, mio amico e giornalista della Nazione, al mio ritorno dall’Imperial Cancer Research Found di Londra dove iniziai le mie ricerche sull’allora quasi inesplorato fenomeno della morte cellulare programmata. Stupito da quello che gli andavo raccontando mi propose di trarre dalla mia estemporanea intervista un articolo divulgativo per il suo giornale. A distanza di molti anni, e dopo recenti disquisizioni con un mio laureando, Stefano Lazzarano, questo articolo/intervista ci ha dato lo spunto per dare questo contributo con questo titolo al Notiziario della nostra Facoltà.
Paolo De Anna, al pari di come inizialmente accadde anche a me, nonché all'indimenticabile Direttore dell'allora Istituto di Patologia Generale Prof. Alberto Fonnesu cui pure parlai di apoptosi, con difficoltà riusciva ad accettare che potesse esistere un nuovo tipo di morte cellulare privo di accezioni negative, qual è l’apoptosi. La morte cellulare apoptotica, infatti, non solo non rientrava nella classica Patologia Cellulare virchowiana, ma risultava essere un normale evento fisiologico, paradossalmente necessario per la vita di tutti gli organismi in tutte le sue fasi, dallo sviluppo embrionale, alla maturità, all'invecchiamento. Ciò al pari di quanto lo erano la divisione, il differenziamento cellulari.
Per di più, già dai primi studi sui suoi meccanismi molecolari, emergeva come con l'apoptosi la cellula addirittura si suicidasse, in un sacrificio minimalistico che essa compiva su di sé per il bene della comunità delle cellule che costituiscono un certo tessuto. Questo implicava il sorgere di considerazioni di tipo etico/filosofico, che, pur sempre a livello appunto minimalistico, si scontravano, almeno ad un primo approccio, con la morale comune. Attualmente, l'apoptosi è uno dei fenomeni più studiati nei laboratori di tutto il mondo, compreso il nostro, sia per le implicazioni che suoi difetti o eccessi hanno nella patogenesi di larga parte delle malattie dell'uomo, sia, di conseguenza, per l'interesse economico che essa suscita sull'industria farmaceutica.
Al termine dell’intervista, passando dal primo stupore all’ironia, Paolo De Anna mi propose di inserire la stessa in cronaca nera, con il titolo, appunto, di “Suicidio di una cellula: un caso di cronaca nera”. Il titolo, ovviamente assurdo, su cui allora scherzammo ha ispirato quello di questo breve excursus dalla fisiologia della divulgazione scientifica alle sue numerose alterazioni patologiche, implicanti processi patogenetici diversi.
Il contenuto dell'articolo di Paolo De Anna, e il suo titolo ”Apoptosi: un nuovo tipo di morte cellulare” non sono stati affatto da cronaca nera, bensì da pagina scientifica. Questo, a nostro avviso, è un perfetto esempio di buona divulgazione scientifica: il giornalista, dovendosi interfacciare fra lo scienziato e il lettore per scrivere un articolo scientifico ha voluto prima di tutto capire lui stesso ciò che avrebbe divulgato, e ha poi “tradotto” in modo universalmente comprensibile ma anche elegante e obiettivo le parole dello scienziato, evitando titoli con effetti speciali per accattivarsi, ma in modo deviante, il lettore.
Per rimanere, per così dire, in casa, un altro buon esempio di divulgazione scientifica è offerto dagli articoli e libri che la Prof.ssa Donatella Lippi ha scritto sui suoi studi sulle tombe dei Medici in San Lorenzo. I titoli sono assai accattivanti – “I Medici, la dinastia dei misteri”, “Illacrimatesepolture”, “I Medici. Una dinastia ai Raggi X”, “Chi ha avvelenato Francesco e Bianca?”, “The mysterious death of Francesco I de' Medici and Bianca Cappello: an arsenic murder?” – e preludono al clima “giallo” che li permea, ma non fuorviano affatto dai loro contenuti né dalla realtà storica.
A proposito di storia, nel suo De Rerum Natura Lucrezio spiega la scienza epicurea in un vero e proprio testo di divulgazione scientifico-filosofica, sia per l’argomento trattato sia per l’attenzione che l’autore dedica alla chiarezza ed elegante semplicità del suo linguaggio.
Non sempre è così. Succede spesso che il divulgatore scientifico non si attenga al principio etico di oggettiva descrizione dei fatti, ma li diffonda in modo artefatto o, al contrario, li nasconda: di questo fenomeno patologico, citiamo qui alcuni paradigmi di nostra conoscenza. Un ruolo per così dire strategico di divulgatore scientifico può essere rivestito da realtà diverse, quali le industrie farmaceutiche o gli apparati statali che, per varie esigenze, possono utilizzare la divulgazione scientifica come mezzo di propaganda o, viceversa, insabbiarla – anche questa delezione è una patologia dell'informazione - in nome di interessi economici. Di esempi idonei a questo articolo, il mondo ne ha forniti numerosi. Del fatto che il Paxil fosse dotato di proprietà allucinogene ed assunto non solo come blando antidolorifico ma anche per queste, la gigantesca Glaxo che lo produceva rimase “ignara” per lungo tempo.
A dispetto della globalizzazione, dove i confini sono annullati dalla rete delle reti di Internet, gli stati riescono tuttora a difendere le proprie economie manipolando ad hoc anche l'informazione scientifica. Così la Cina tacque sull'epidemia d’influenza aviaria che fu olocausto per i loro allevamenti di polli, e che avrebbe messo in ginocchio le esportazioni della grande Repubblica Popolare. Stesso soggetto ma patogenesi antitetica, l'influenza aviaria, presentata in modo deformato e allarmistico dai mezzi di comunicazioni, creò un’onda di terrore di nuove epidemie nel vecchio continente, dimentico dell'AIDS e di altre malattie infettive, da noi endemiche da sempre.
Non solo la ragion di stato o d’industria, ma anche quella del singolo individuo può alimentare la falsa informazione: Hwang Woo Suk, scienziato sudcoreano, s'inventò delle “cellule staminali su misura” per ottenerne fama, fondi o carriera.
Ma se vogliamo saziarci di faziosa comunicazione scientifica basta talora aprire un giornale o seguire uno dei nostri palinsesti televisivi per renderci conto che esistono geni per la giovinezza, geni o proteine per guarire il cancro, meccanismi molecolari per i quali l'acqua riesce a guarire mantenendo la memoria di molecole con cui è stata a contatto, sostanze naturali che fanno bene in quanto tali, anche se fra queste sono presenti veleni letali, …. e così via in una serie lunghissima di esempi ingenui o grotteschi.
La necessità di una corretta e onesta divulgazione scientifica, che trasmetta notizie vere in modo chiaro e oggettivo, senza suscitare né falsi allarmismi né false aspettative, è sempre più sentita a tutti i livelli, sia da chi debba trasmetterle sia da chi desideri riceverle. Rimanendo ancora nell'ambito nostro, questo è dimostrato dalla nascita del Master biennale in Giornalismo Scientifico per l'Informazione Biomedica, che la nostra Facoltà ha organizzato in collaborazione con l'Ordine dei Medici della Provincia di Firenze e quello dei giornalisti della Toscana al fine di creare professionisti in grado di gestire le notizie di ambito sanitario in ottemperanza a linee guida per la divulgazione dei dati scientifici che esperti della comunicazione hanno elaborato in una Carta Toscana per l'Informazione Biomedica.
Ci auguriamo che la conoscenza di queste linee di condotta e l’esigenza di conformarsi a queste possano diffondersi in modo assai più contagioso di quanto sia stato per malattie quali la mucca pazza e l’influenza aviaria. Questo per ottemperare non solo a doveri scientifici ma anche, e ancora di più, a doveri morali e di rispetto nei confronti di intere popolazioni.
Un sito di divulgazione scientifica, comprensibile anche da un pubblico di "non specialisti" con ampio spazio dedicato alle cellule staminali e quotidianamente aggiornato
Negli ultimi anni sta prendendo sempre più campo la ricerca sulla possibile applicazione delle cellule staminali a vari campi della medicina e della chirurgia e la chirurgia plastica è proprio uno di quei settori che massimamente potrebbe trarre vantaggio da questo nuovo, affascinante, universo scientifico. Anche nel corso del cinquantasettesimo congresso nazionale della Società Italiana di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica tenutosi questo anno a Napoli sono emerse le innumerevoli possibilità di utilizzo delle cellule staminali in questa branca della medicina.