| Lettura critica di un articolo comparso su PLOS nel 2005 |
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| Sunday, 01 March 2009 21:42 |
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Lettura critica dell'articolo Medical Journals Are an Extension of the Marketing Arm of Pharmaceutical Companies (PLoS 2005) Federico di Gesualdo - Dipartimento di Patologia e Oncologia Sperimentali dell'Università di Firenze Nell’interessante pamphlet Medical Journals Are an Extension of the Marketing Arm of Pharmaceutical Companies, apparso on-line nel maggio del 2005 su PLoS Medicine (www.plosmedicine.org), Richard Smith, per venticinque anni collaboratore e per tredici direttore del British Medical Journal, si scaglia duramente contro la crescente strumentalizzazione – più o meno consapevole – cui sono soggette le riviste scientifiche da parte dell’industria farmaceutica.
Il punto cruciale della questione, secondo Smith, è rappresentato dalla relazione che intercorre tra conduzione dei trial clinici e pubblicazione dei risultati di questi su riviste specializzate. È noto che in gran parte i trial sono promossi da grandi aziende farmaceutiche, anche se vi sono altri enti, pubblici o privati, che possono sponsorizzarli, come le aziende ospedaliere, le università e le associazioni scientifiche. Ma, a differenza di queste ultime, le companies sono delle organizzazioni spiccatamente “profit”: come ogni attività imprenditoriale, grande o piccola che sia, il fine ultimo di un’azienda farmaceutica è il profitto e quindi la vendita del farmaco prodotto (e queste non sonotendenziose affermazioni… è l’economia che lo dice…!).
La pubblicazione di un trial clinico su una rivista scientifica – sostiene Smith – afferma ipso facto la validità scientifica dello studio e dei suoi risultati. Il giornale sarà distribuito e ristampato e finirà sulle scrivanie di medici di ogni parte del mondo. Parallelamente, l’azienda che ha sostenuto il trial, porterà avanti sofisticate strategie di marketing di cui, in effetti, anche la pubblicazione sulla stampa specializzata “rischia” di far parte. Tutto ciò, ovviamente, al fine di garantire la massima visibilità dell’azienda stessa.
Ma, paradossalmente, l’imponente battage “pubblicitario”non è privo di punti oscuri. Infatti, un medico che riceva il giornale potrebbe non leggere l’intero articolo in questione, ma limitarsi a dare un’occhiata al titolo: un titolo altisonante che evidenzi i risultati positivi della sperimentazione può dunque lasciare un’impressione favorevole sugli esiti del trial e, quindi, sull’azienda che lo ha sostenuto. Inoltre, maggiore è il prestigio di cui gode la rivista, maggiore è l’attenzione che l’azienda riceverà per il suo trial. L’importanza di un giornale determina dunque la qualità del farmaco.
Nel 2003, dal confronto delle pubblicazioni di trial clinici sostenuti con fondi di aziende farmaceutiche con quelle di studi sostenuti con altri fondi, è emerso che i trial supportati dalle aziende avevano una probabilità quattro volte superiore di presentare risultati favorevoli alle stesse rispetto ai trial che non erano sponsorizzati dall’ industria farmaceutica. Questo è dovuto in particolare al fatto che circa il 70% dei trial pubblicati sulle maggiori riviste americane – Annals of Internal Medicine, JAMA, Lancet, e New England Journal of Medicine – sono sostenuti economicamente dall’industria farmaceutica.
Negli ultimi anni i direttori delle riviste si sono resi conto del problema, e, in teoria il processo di peer-rewiewing, ovvero la valutazione critica di un lavoro proposto da parte di un comitato di specialisti (referees) che collaborano con la rivista stessa, dovrebbe ridurre il rischio di pubblicare articoli su trial che danno risultati dubbi. Il problema è che le aziende farmaceutiche hanno sviluppato delle sottili strategie – che in alcuni casi si rivelano veri e propri trucchi – per presentare i risultati migliori di uno studio.
Ad esempio, si può condurre un trial clinico multicentrico per poi scegliere i centri che hanno dato i risultati più favorevoli ai fini della pubblicazione. Oppure, tipicamente, si prefiggono endpoint multipli in un trial per selezionare quelli che danno risultati migliori. Ma esistono anche metodi più “truffaldini”, come quello di utilizzare dosi più basse di un farmaco di controllo per esaltare l’effetto del farmaco in via di sperimentazione, oppure di utilizzare un farmaco di controllo a dosi eccessive in modo da far sembrare quello d’interesse meno tossico…
Richard Smith – che è medico attivo in diversi campi e autore del libro The Trouble with Medical Journals (2006, ISBN 1-85315-673-6) – sostiene che per interrompere questo circolo vizioso, le riviste dovrebbero smettere di pubblicare trial clinici i cui protocollo e risultati dovrebbero essere visibili al pubblico su siti web controllati. E, soprattutto, sarebbero necessari più fondi pubblici per le sperimentazioni. Senza fondi, infatti, le riviste scientifiche possono effettivamente diventare degli strumenti al servizio di un potere, sovvenzionate dall’industria farmaceutica, svilendo così l’onestà intellettuale e il rigore scientifico che dovrebbero sottendere alla ricerca per il miglioramento della vita.
Lettura critica dell'articolo Medical Journals Are an Extension of the Marketing Arm of Pharmaceutical Companies (PLoS 2005)
Federico di Gesualdo - Dipartimento di Patologia e Oncologia Sperimentali dell'Università di Firenze Nell’interessante pamphlet Medical Journals Are an Extension of the Marketing Arm of Pharmaceutical Companies, apparso on-line nel maggio del 2005 su PLoS Medicine (www.plosmedicine.org), Richard Smith, per venticinque anni collaboratore e per tredici direttore del British Medical Journal, si scaglia duramente contro la crescente strumentalizzazione – più o meno consapevole – cui sono soggette le riviste scientifiche da parte dell’industria farmaceutica.
Il punto cruciale della questione, secondo Smith, è rappresentato dalla relazione che intercorre tra conduzione dei trial clinici e pubblicazione dei risultati di questi su riviste specializzate. È noto che in gran parte i trial sono promossi da grandi aziende farmaceutiche, anche se vi sono altri enti, pubblici o privati, che possono sponsorizzarli, come le aziende ospedaliere, le università e le associazioni scientifiche. Ma, a differenza di queste ultime, le companies sono delle organizzazioni spiccatamente “profit”: come ogni attività imprenditoriale, grande o piccola che sia, il fine ultimo di un’azienda farmaceutica è il profitto e quindi la vendita del farmaco prodotto (e queste non sonotendenziose affermazioni… è l’economia che lo dice…!).
La pubblicazione di un trial clinico su una rivista scientifica – sostiene Smith – afferma ipso facto la validità scientifica dello studio e dei suoi risultati. Il giornale sarà distribuito e ristampato e finirà sulle scrivanie di medici di ogni parte del mondo. Parallelamente, l’azienda che ha sostenuto il trial, porterà avanti sofisticate strategie di marketing di cui, in effetti, anche la pubblicazione sulla stampa specializzata “rischia” di far parte. Tutto ciò, ovviamente, al fine di garantire la massima visibilità dell’azienda stessa.
Ma, paradossalmente, l’imponente battage “pubblicitario”non è privo di punti oscuri. Infatti, un medico che riceva il giornale potrebbe non leggere l’intero articolo in questione, ma limitarsi a dare un’occhiata al titolo: un titolo altisonante che evidenzi i risultati positivi della sperimentazione può dunque lasciare un’impressione favorevole sugli esiti del trial e, quindi, sull’azienda che lo ha sostenuto. Inoltre, maggiore è il prestigio di cui gode la rivista, maggiore è l’attenzione che l’azienda riceverà per il suo trial. L’importanza di un giornale determina dunque la qualità del farmaco.
Nel 2003, dal confronto delle pubblicazioni di trial clinici sostenuti con fondi di aziende farmaceutiche con quelle di studi sostenuti con altri fondi, è emerso che i trial supportati dalle aziende avevano una probabilità quattro volte superiore di presentare risultati favorevoli alle stesse rispetto ai trial che non erano sponsorizzati dall’ industria farmaceutica. Questo è dovuto in particolare al fatto che circa il 70% dei trial pubblicati sulle maggiori riviste americane – Annals of Internal Medicine, JAMA, Lancet, e New England Journal of Medicine – sono sostenuti economicamente dall’industria farmaceutica.
Negli ultimi anni i direttori delle riviste si sono resi conto del problema, e, in teoria il processo di peer-rewiewing, ovvero la valutazione critica di un lavoro proposto da parte di un comitato di specialisti (referees) che collaborano con la rivista stessa, dovrebbe ridurre il rischio di pubblicare articoli su trial che danno risultati dubbi. Il problema è che le aziende farmaceutiche hanno sviluppato delle sottili strategie – che in alcuni casi si rivelano veri e propri trucchi – per presentare i risultati migliori di uno studio.
Ad esempio, si può condurre un trial clinico multicentrico per poi scegliere i centri che hanno dato i risultati più favorevoli ai fini della pubblicazione. Oppure, tipicamente, si prefiggono endpoint multipli in un trial per selezionare quelli che danno risultati migliori. Ma esistono anche metodi più “truffaldini”, come quello di utilizzare dosi più basse di un farmaco di controllo per esaltare l’effetto del farmaco in via di sperimentazione, oppure di utilizzare un farmaco di controllo a dosi eccessive in modo da far sembrare quello d’interesse meno tossico…
Richard Smith – che è medico attivo in diversi campi e autore del libro The Trouble with Medical Journals (2006, ISBN 1-85315-673-6) – sostiene che per interrompere questo circolo vizioso, le riviste dovrebbero smettere di pubblicare trial clinici i cui protocollo e risultati dovrebbero essere visibili al pubblico su siti web controllati. E, soprattutto, sarebbero necessari più fondi pubblici per le sperimentazioni. Senza fondi, infatti, le riviste scientifiche possono effettivamente diventare degli strumenti al servizio di un potere, sovvenzionate dall’industria farmaceutica, svilendo così l’onestà intellettuale e il rigore scientifico che dovrebbero sottendere alla ricerca per il miglioramento della vita. |
| Last Updated on Sunday, 29 March 2009 21:24 |




