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SUICIDIO DI UNA CELLULA: UN CASO DI DIVULGAZIONE SCIENTIFICA PDF Stampa E-mail
Domenica 01 Marzo 2009 21:25
SUICIDIO DI UNA CELLULA: UN CASO DI DIVULGAZIONE SCIENTIFICA
 
 Sergio Capaccioli -  Dipartimento di Patologia e Oncologia Sperimentali dell'Università di Firenze
 
“Apoptosi: chi era costei, prof. Capaccioli?”… mi chiese scherzando quindici anni fa Paolo De Anna, mio amico e giornalista della Nazione, al mio ritorno dall’Imperial Cancer Research Found di Londra dove iniziai le mie ricerche sull’allora quasi inesplorato fenomeno della morte cellulare programmata. Stupito da quello che gli andavo raccontando mi propose di trarre dalla mia estemporanea intervista un articolo divulgativo per il suo giornale. A distanza di molti anni, questo articolo/intervista ci ha dato lo spunto per dare questo contributo con questo titolo al Notiziario della nostra Facoltà.


Paolo De Anna, al pari di come inizialmente accadde anche a me, nonché all'indimenticabile Direttore dell'allora Istituto di Patologia Generale Prof. Alberto Fonnesu cui pure parlai di apoptosi, con difficoltà riusciva ad accettare che potesse esistere un nuovo tipo di morte cellulare privo di accezioni negative, qual è l’apoptosi. La morte cellulare apoptotica, infatti, non solo non rientrava nella classica Patologia Cellulare virchowiana, ma risultava essere un normale evento fisiologico, paradossalmente necessario per la vita di tutti gli organismi in tutte le sue fasi, dallo sviluppo embrionale, alla maturità, all'invecchiamento. Ciò al pari di quanto lo erano la divisione, il differenziamento cellulari.
 
Per di più, già dai primi studi sui suoi meccanismi molecolari, emergeva come con l'apoptosi la cellula addirittura si suicidasse, in un sacrificio minimalistico che essa compiva su di sé per il bene della comunità delle cellule che costituiscono un certo tessuto. Questo implicava il sorgere di considerazioni di tipo etico/filosofico, che, pur sempre a livello appunto minimalistico, si scontravano, almeno ad un primo approccio, con la morale comune. Attualmente, l'apoptosi è uno dei fenomeni più studiati nei laboratori di tutto il mondo, compreso il nostro, sia per le implicazioni che suoi difetti o eccessi hanno nella patogenesi di larga parte delle malattie dell'uomo, sia, di conseguenza, per l'interesse economico che essa suscita sull'industria farmaceutica.
 
Al termine dell’intervista, passando dal primo stupore all’ironia, Paolo De Anna mi propose di inserire la stessa in cronaca nera, con il titolo, appunto, di “Suicidio di una cellula: un caso di cronaca nera”. Il titolo, ovviamente assurdo, su cui allora scherzammo ha ispirato quello di questo breve excursus dalla fisiologia della divulgazione scientifica alle sue numerose alterazioni patologiche, implicanti processi patogenetici diversi. Il contenuto dell'articolo di Paolo De Anna, e il suo titolo ”Apoptosi: un nuovo tipo di morte cellulare” non sono stati affatto da cronaca nera, bensì da pagina scientifica. Questo, a nostro avviso, è un perfetto esempio di buona divulgazione scientifica: il giornalista, dovendosi interfacciare fra lo scienziato e il lettore per scrivere un articolo scientifico ha voluto prima di tutto capire lui stesso ciò che avrebbe divulgato, e ha poi “tradotto” in modo universalmente comprensibile ma anche elegante e obiettivo le parole dello scienziato, evitando titoli con effetti speciali per accattivarsi, ma in modo deviante, il lettore.
 
Per rimanere, per così dire, in casa, un altro buon esempio di divulgazione scientifica è offerto dagli articoli e libri che la Prof.ssa Donatella Lippi ha scritto sui suoi studi sulle tombe dei Medici in San Lorenzo. I titoli sono assai accattivanti – “I Medici, la dinastia dei misteri”, “Illacrimatesepolture”, “I Medici. Una dinastia ai Raggi X”, “Chi ha avvelenato Francesco e Bianca?”, “The mysterious death of Francesco I de' Medici and Bianca Cappello: an arsenic murder?” – e preludono al clima “giallo” che li permea, ma non fuorviano affatto dai loro contenuti né dalla realtà storica.
A proposito di storia, nel suo De Rerum Natura Lucrezio spiega la scienza epicurea in un vero e proprio testo di divulgazione scientifico-filosofica, sia per l’argomento trattato sia per l’attenzione che l’autore dedica alla chiarezza ed elegante semplicità del suo linguaggio.
Non sempre è così. Succede spesso che il divulgatore scientifico non si attenga al principio etico di oggettiva descrizione dei fatti, ma li diffonda in modo artefatto o, al contrario, li nasconda: di questo fenomeno patologico, citiamo qui alcuni paradigmi di nostra conoscenza. Un ruolo per così dire strategico di divulgatore scientifico può essere rivestito da realtà diverse, quali le industrie farmaceutiche o gli apparati statali che, per varie esigenze, possono utilizzare la divulgazione scientifica come mezzo di propaganda o, viceversa, insabbiarla – anche questa delezione è una patologia dell'informazione - in nome di interessi economici. Di esempi idonei a questo articolo, il mondo ne ha forniti numerosi. Del fatto che il Paxil fosse dotato di proprietà allucinogene ed assunto non solo come blando antidolorifico ma anche per queste, la gigantesca Glaxo che lo produceva rimase “ignara” per lungo tempo.
 
A dispetto della globalizzazione, dove i confini sono annullati dalla rete delle reti di Internet, gli stati riescono tuttora a difendere le proprie economie manipolando ad hoc anche l'informazione scientifica. Così la Cina tacque sull'epidemia d’influenza aviaria che fu olocausto per i loro allevamenti di polli, e che avrebbe messo in ginocchio le esportazioni della grande Repubblica Popolare. Stesso soggetto ma patogenesi antitetica, l'influenza aviaria, presentata in modo deformato e allarmistico dai mezzi di comunicazioni, creò un’onda di terrore di nuove epidemie nel vecchio continente, dimentico dell'AIDS e di altre malattie infettive, da noi endemiche da sempre.
Non solo la ragion di stato o d’industria, ma anche quella del singolo individuo può alimentare la falsa informazione: Hwang Woo Suk, scienziato sudcoreano, s'inventò delle “cellule staminali su misura” per ottenerne fama, fondi o carriera. Ma se vogliamo saziarci di faziosa comunicazione scientifica basta talora aprire un giornale o seguire uno dei nostri palinsesti televisivi per renderci conto che esistono geni per la giovinezza, geni o proteine per guarire il cancro, meccanismi molecolari per i quali l'acqua riesce a guarire mantenendo la memoria di molecole con cui è stata a contatto, sostanze naturali che fanno bene in quanto tali, anche se fra queste sono presenti veleni letali, …. e così via in una serie lunghissima di esempi ingenui o grotteschi.
 
La necessità di una corretta e onesta divulgazione scientifica, che trasmetta notizie vere in modo chiaro e oggettivo, senza suscitare né falsi allarmismi né false aspettative, è sempre più sentita a tutti i livelli, sia da chi debba trasmetterle sia da chi desideri riceverle. Rimanendo ancora nell'ambito nostro, questo è dimostrato dalla nascita del Master biennale in Giornalismo Scientifico per l'Informazione Biomedica, che la nostra Facoltà ha organizzato in collaborazione con l'Ordine dei Medici della Provincia di Firenze e quello dei giornalisti della Toscana al fine di creare professionisti in grado di gestire le notizie di ambito sanitario in ottemperanza a linee guida per la divulgazione dei dati scientifici che esperti della comunicazione hanno elaborato in una Carta Toscana per l'Informazione Biomedica.
 
Ci auguriamo che la conoscenza di queste linee di condotta e l’esigenza di conformarsi a queste possano diffondersi in modo assai più contagioso di quanto sia stato per malattie quali la mucca pazza e l’influenza aviaria. Questo per ottemperare non solo a doveri scientifici ma anche, e ancora di più, a doveri morali e di rispetto nei confronti di intere popolazioni. 
Ultimo aggiornamento Mercoledì 18 Marzo 2009 11:52
 
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